35 anni fa l’altro 11 Settembre
"Una gran nube nera si eleva dal Palazzo in fiamme. Il Presidente Allende muore al suo posto. I militari uccidono migliaia di persone in tutto il Cile. Il Registro Civile non annota i decessi, in quanto non c’è spazio sufficiente, ma il generale Tomás Opazo Santander afferma che le vittime non superano lo 0,01 per cento della popolazione e ciò non è un alto costo sociale, e il direttore della CIA, William Colby, spiega a Washington che, grazie alle fucilazioni, il Cile sta evitando una guerra civile. La signora Pinochet dichiara che il pianto delle madri redimerà il paese. Occupa il potere, tutto il potere, una Giunta Militare di quattro membri, formati nella Scuola delle Americhe, a Panama. Alla testa c’è il generale Augusto Pinochet, professore di Geopolitica. Suona musica marziale sullo sfondo delle esplosioni e delle mitraglie: le radio emettono bandi e proclami che promettono ulteriore sangue, mentre il prezzo del rame si moltiplica per tre, immediatamente, sul mercato mondiale…"
(Eduardo Galeano – da "Memoria del fuoco")
27 Aprile 1937 muore Antonio Gramsci e nel 2007……….

A settanta anni dalla sua morte Antonio Gramsci, grande intellettuale comunista dovrebbe essere un vanto per il suo paese ed essere letto e studiato almeno come nel resto del mondo e invece…
Lettera aperta al sig. Giovanardi su Gramsci
di Angelo d?Orsi
(Fonte: www.gramscitalia.it)
Nell?anno che si appresta a ricordare il settantesimo della morte di Antonio Gramsci, vengo a sapere, in ritardo, a dire il vero, che, Ella, ?on.? Giovanardi, a quanto io sappia, oscuro politico di terza fila, che ha avuto anche la ventura di essere ministro della Repubblica, in relazione a proposte di riabilitazione toponomastica di Bettino Craxi, avrebbe lasciato uscire dalla Sua bocca la frase destinata al Pantheon delle infamie: ossia che sono del tutto ammissibili intitolazioni al contumace di Hammamet, se strade e piazze ricordano Gramsci; aggiungendo (in un momento di scarsa sobrietà?), che il primo (il contumace che si vuol far passare per esiliato, vittima del ?terrorismo giudiziario?) varrebbe almeno venti volte di più del secondo, ossia quel Gramsci ucciso dal fascismo appunto 70 anni or sono. Allora, con la laica virtù della pazienza predicata da Gramsci, sia consentita una lectio brevis ad usum delphini, sperando che Ella, Giovanardi, possa rendersi conto della gravità delle Sue disonorevoli (per Lei) affermazioni.
Bene, La inviterei innanzi tutto a seguire quel che si farà lungo l?anno per commemorare quell?uomo di cui Ella conosce poco più che il nome. In realtà, la vicenda di Gramsci dopo la morte, avvenuta il 27 aprile 1937, non finisce di sorprendere, con una ?fortuna? certo ondivaga, ma che si va rivelando da tempo, la vera e propria ?scoperta? di un autore morto a 46 anni, che è oggi riconosciuto come uno dei giganti del pensiero, ma anche della umanità e della moralità, che la storia italiana abbia saputo offrire.
Ma, di più, sig. ex ministro, la fama di Gramsci ha valicato i patrii confini, come si conviene a un vero ?uomo dello spirito?, come ebbe a definirlo un personaggio che dovrebbe esserLe familiare, in quanto Ella appartiene all?infinita schiera dei ?liberali? di questo Paese che n?è ormai intasato: Benedetto Croce, che così si espresse davanti a quel capolavoro di pensiero, ma anche d?arte e d?umanità, che sono le Lettere dal carcere del detenuto di Turi, colui il cui cervello Mussolini voleva impedire di funzionare. Non ci riuscì, e nella lunga e sempre più penosa detenzione, nella quale gli vennero negate le cure necessarie a una condizione di salute precaria, Gramsci produsse, con i Quaderni, un insieme che ha poche pietre di paragone nella cultura moderna, non solo a livello nazionale.
Fuori d?Italia, mi corre l?obbligo di informarLa, Gramsci è tradotto, studiato e approfondito un po? dovunque, a cominciare dal Paese che Ella, Giovanardi, certo ammira, gli Usa, dove è nata la International Gramsci Society e si è avviata la prima bibliografia gramsciana (ma, dica la verità, Lei sa cos?è una bibliografia?), che, nella sua incompletezza, veleggia verso i ventimila titoli. Ossia venti volte mille studi ? saggi, volumi, articoli? ?dedicati a colui che a Suo giudizio vale venti molte meno di un altro condannato in via definitiva della storia italiana, Bettino Craxi. Dunque usando tale parametro dovremmo pensare che la bibliografia craxiana, a cui Ella forse un giorno, con l?ausilio dell?arguta figliola del signore delle Tangenti, si dedicherà pazientemente, presumo che rintraccerete, nel panorama mondiale, 20 x 20.000, ossia 400.000, dicasi quattrocentomila titoli. Che sarebbe un record mondiale assoluto.
Intanto, però una scorsa sia pure di straforo alla bibliografia gramsciana ? disponibile on line, così Le sarà più facile ? con l?aiuto di qualche buon insegnante, anche di scuola media, mi permetto di suggerirGliela, per farsi anche un?idea minima di chi sia stato quel giovanotto gracile che dalla natia Sardegna giunse sotto la Mole nell?autunno 1911 e vi rimase fino alla vigilia dell?estate 1922, innestando la sua personalità rigorosa, tanto intellettualmente quanto eticamente, in quella Torino ? la città ?calvinista? e ?positiva?, che era anche la città dell?industria e della produzione, della fabbrica e della classe operaia. Sotto la Mole, quel giovane rafforzò la sua innata serietà, il disgusto per la faciloneria, l?amore per il ?lavoro ben fatto?, l?attenzione agli umili, ai diseredati che avevano in sé la potenzialità di costruire ?La città futura?. L?adesione al socialismo, una concezione critica del marxismo, e un?attività giornalistica che inventò moduli del tutto nuovi e originali, dal ?Grido del Popolo?, all? ?Avanti!?, fino all??Ordine Nuovo?: esperienza unica, che trova riscontro solo in un panorama internazionale che comprende la Scuola di Francoforte (certo a Lei, che è uomo di raffinata cultura, ben nota), ed altre poche elaborazioni coeve.
Giornalista, intellettuale o dirigente politico, Gramsci fu un osservatore acuto della quotidianità politica, culturale ed esistenziale; ma anche l?inventore di una sorta di ?via torinese al socialismo? e che, nella dura battaglia, anche interna al suo Partito (quello che suppongo Lei non perdona, come peccato originale del Sardo, d?essere stato tra i fondatori e poi dirigente del PCI), e al movimento operaio internazionale. Se la linea di Gramsci fu sconfitta, le sue idee si presero una rivincita formidabile. E oggi, con Machiavelli, Vico, e pochi altri, egli è uno dei pensatori italiani più tradotti e studiati sulla scena internazionale. Alcuni dei concetti portanti dei Quaderni (egemonia, intellettuali, rivoluzione passiva, blocco storico, americanismo, nazionale-popolare?), sono diventati strumenti ineludibili della ricerca nei più larghi campi del sapere. Da questo pensiero, già nella sua forma dialogico, anche Lei avrebbe una montagna di cose da imparare, a cominciare dallo stile, fatto di serietà, rigore e sobrietà, per il quale Gramsci invitava sempre a documentarsi con il massimo zelo prima anche di aprire bocca, e anche, pensi un po?, a mettersi nei panni dell?avversario per penetrarne le ragioni.
Insomma, breve la vita, infinita l?esistenza di Gramsci, dalla natia Sardegna, dove l?intelligenza dovè fare i conti con l?indigenza e la malattia, ai non facili anni torinesi, con il ?garzonato universitario? e l?apprendistato politico alla scuola del proletariato di fabbrica, al successivo quindicennio di milizia nel PCI e nel Comintern, alla contemporanea battaglia contro il fascismo che, in spregio alle garanzie statutarie, lo arrestò per liberarlo morente, in modo che con impudenza Mussolini, capo di quel regime di assassini, potè scrivere ?Gramsci è morto da uomo libero?. E mentre lottava contro il fascismo, ma anche contro le storture del modello comunista, come Stalin lo stava realizzando a colpi di processi e stermini in Russia, quell?uomo fragile, per molti aspetti solo, nei suoi scritti pubblici, nelle sue lettere private, e, soprattutto, nella stupefacente meditazione carceraria, ha regalato non all?Italia, bensì al mondo, uno dei monumenti della civiltà. Davanti a tale monumento, targhe, strade, piazze e busti, saranno sempre assai povera cosa. Si dirà lo stesso per il Suo Craxi, sig. Giovanardi?
Riferimenti: IGS Italia
L’ira di Strada: «Italia, fa qualcosa»

«Il governo italiano deve chiedere ufficialmente e formalmente a quello afghano la liberazione di Rahmatullah»: il chirurgo di Emergency si sfoga contro Prodi e D’Alema e chiede loro di difendere la trattativa gestita per liberare Daniele Mastrogiacomo, il giornalista rapito dai taleban. Oggi Emergency in piazza Navona: il governo ne uscirà male
di Roberto Zanini (il Manifesto del 31 marzo 2007)
È un Gino Strada furibondo quello che torna da Kabul e che oggi farà rotta su Roma, su Piazza Navona dove oggi alle due del pomeriggio i «pacifisti alla Gino Strada» prenderanno la via della piazza. Il chirurgo di Emergency in piazza non ci sarà, arriverà a Roma troppo tardi per prendere parte al corteo che chiederà la liberazione dell’interprete Adjmal Nashkbandi e del manager di Emergency Rahmatullah Hanefi, prigionieri l’uno dei taleban e l’altro dei servizi afghani. Ma parlando al manifesto non risparmia critiche feroci a chi ha gestito il rapimento di Daniele Mastrogiacomo e gli eventi successivi. Parole che fanno capire come quella l’appuntamento di Roma diventerà, fatalmente, un’iniziativa contro il governo e contro il suo atteggiamento in Afghanistan, e di conseguenza in Iraq.
Cosa ti aspetti dalla manifestazione di Piazza Navona?
Non vuole essere una manifestazione «di massa». Diciamo che vogliamo dare un segnale, anzi tanti segnali in tante città diverse. Ci è stato detto dal ministero degli esteri che il governo italiano ha fatto e farà tutto il possibile per Rahmatullah e Adjmal, ma c’è una domanda secca a cui rispondere: c’è stata o no una richiesta ufficiale del governo italiano al governo afghano per l’immediata liberazione di Rahmatullah?
Non c’è stata, a quanto ne sappiamo.
E ti sembra possibile, ti sembra tollerabile? Il nostro governo deve, dico deve chiedere al governo afghano il rilascio di una persona. Quella persona ha messo a rischio la sua vita e quella della sua famiglia nello stesso momento in cui servizi, difesa, esteri e tutte le altre sigle italiane facevano poco, sapevano nulla e costavano milioni di euro. Rahmatullah quel lavoro l’ha fatto da volontario. Lui ha ottenuto che il tagliagole tenesse fermo il coltello, lui ha ottenuto che Prodi e Karzai facessero un accordo. E l’accordo non era semplicemente lo scambio «voi liberate quello e loro liberano quell’altro», l’accordo era «voi liberate, loro liberano e lo facciamo attraverso Emergency». Se pensano di uscirne senza pagare il biglietto, gli facciamo vedere noi!
Che cosa chiedete al governo?
Che D’Alema e Prodi ci dicano una cosa sola: per chi lavorava Rahmatullah quel venti di marzo quando è stato catturato davanti alla casa di Emergency a Lashkargah, dentro la quale dormiva Daniele Mastrogiacomo? Se lavorava per loro, che almeno questo governo abbia le palle per difendere le sue scelte e la sua gente, gli uomini che hanno lavorato per quelle scelte.
Che cosa sapete dell’interprete?
Oggi abbiamo lanciato un appello a Dadullah, il capo talebano che dice di avere ancora in mano Adjmal Naskhbandi, da domani cercheremo di farglielo avere. Ecco, se Rahmatullah fosse libero saprebbe lui come fare.
Insomma, secondo voi il governo non fa nulla.
In dieci giorni l’ambasciatore italiano a Kabul, che è una bravissima persona e si sta impegnando davvero con tutte le sue forze, non è riuscito nemmeno ad avere un appuntamento con il capo dei servzii afghani. Nemmeno un appuntamento.
Non ci considerano molto, vuol dire.
Quando il governo italiano comiciò la trattativa con Karzai, e persino dopo che l’accordo era stato raggiunto, il capo dei servizi afghani continuava a ripetere a me e all’ambasciatore che questa di scambiare i prigionieri non è la politica del governo afghano e neanche quella dei suoi alleati. Capito? «I suoi alleati»: nemmeno alleati, ci considerano, e ce l’hanno fatto pesare in ogni modo. Loro e i loro padroni non erano contenti.
Quali padroni?
Gli Stati uniti, naturalmente.
A parte il governo, cosa pensate delle reazioni in Italia?
Abbiamo sentito tanta solidarietà da parte di un sacco di gente perbene. La politica lasciamola stare, è composta in buona parte da irresponsabili – come questo Cossiga, ma lui lo denunciamo e basta – e per il resto qualche raro caso di deputati senatori che ci hanno manifestato solidarietà, per quello che vale. In alcuni casi erano gli stessi che cinque giorni prima avevano votato a favore della guerra.
E a Kabul? Che rapporto avete con l’Afghanistan dopo questa storia
Potremo e forse dovremo riconsiderare i nostri rapporti con l’Afghanistan, questo è certo. Con il governo afghano… beh, dopo la guerra in Iraq, Bush disse che bisognava trovare un Karzai iracheno e questo dice tutto della persona. Il nostro problema è che il governo deve consentire lo spazio per curare le persone. Se ti arrestano uno dello staff è come se ti avessero assaltato l’ospedale…
Come accadde con la polizia anti-vizio dei talebani, e in quel caso avete chiuso per qualche mese…
Adesso non pensiamo a chiudere, perché la quantità di feriti da curare è davvero enorme, ma Emergency e il governo afghano dovranno avere rapporti in termini diversi. Su questo non ci piove.
Cosa ti aspetti dalla piazza di domani?
Quello che ho visto in questo giorno e mezzo che ho passato in Italia: tanto affetto, tanta comprensione per quello che abbiamo fatto e stiamo facendo, e molta incazzatura. Molta indignazione per l’atteggiamento del governo italiano.
Con il governo di destra era diverso?
Mi piacerebbe che qualcuno domani mi spiegasse bene le differenze. Ma temo che dovrebbe farlo dietro una lastra di plexiglass, per evitare i pomodori.
Davvero nessun amico?
L’ambasciatore italiano Sequi. Per giorni ha lavorato a qualche metro da Rahmatullah e lo conosce molto bene.
La manifestazione non rischia di diventare uno sfogatoio di sinistra delusa?
Spero di no, non ci tengo affatto, ma non credo nemmeno che sarà una cosa «di sinistra», per usare le tue parole. Guarda, ti sottopongo un quiz: durante il sequestro di Mastrogiacomo mi sono sentito dire: «Dobbiamo essere in Afghanistan e far parte delle forze dalla Nato – quelle che bombardano e radono al suolo interi paesi, aggiungo io – perché c’è di mezzo la costruzione della nuova Europa». Secondo voi chi me l’ha detto?
Facile: Romano Prodi.
Sbagliato, ritenta.
D’Alema non può essere…
Neanche lui. Ultimo tentativo.
Bertinotti. Possibile?
Proprio lui! Mi ha telefonato a Kabul per darmi la sua solidarietà, ho provato a chiedergli qual’è il limite per fare la guerra, forse che basta la stabilità di un governo? Mi ha risposto che no, c’è in gioco molto di più, c’è in gioco la costruzione della nuova Europa. Ecco. Ero allibito
Riferimenti: Per la liberazione di Rahmatullah Hanefi e Adjmal Nash
Franco Turigliatto: «Sono stato costretto a una scelta inevitabile»

«Sono stato costretto a una scelta inevitabile»
Lettera aperta di Franco Turigliatto (ilmanifesto 25/02/2006)
Ho votato la fiducia al governo Prodi secondo il mandato ricevuto sul programma dell’unione, che non comprendeva né la guerra infinita in Afghanistan, né il raddoppio della base Usa a Vicenza.
A prescindere dai disastri sociali derivanti dalla permanenza delle leggi 30, Moratti e Bossi-Fini e da una finanziaria liberista, la tripletta dell’impennata delle spese militari, dell’impegno a Kabul almeno fino al 2011 e del supporto logistico alla guerra con la nuova base di Vicenza, segna una profonda rottura con una qualsiasi pur blanda opzione di sinistra e di pace. Alle richieste di ripensamento sulla base dopo la manifestazione del 17 febbraio si è risposto che «tireremo dritto» (Prodi), «ogni ripensamento sarebbe un gesto di ostilità agli Usa» (D’Alema). E Padoa-Schioppa aggiunge: «Faremo la Tav». Uno schiaffo dopo l’altro alle richieste dei movimenti.
Per questo ho scelto di non partecipare al voto, operando in tal modo in piena coerenza non solo con le mie idee, ma anche con il programma storico del mio partito. Per questo lo rifarei.
L’operazione di D’Alema, Cossiga, Andreotti e Pininfarina è solare e il nuovo esecutivo con Follini è la premeditata conseguenza per la «fase due» del governo, dopo che nella «fase uno» la sinistra, apparsa come vincente e nello stesso tempo corresponsabile di tutti i malumori sociali, aveva ottenuto in realtà ben poco. Il governo, la cui discontinuità, era indicata nella permeabilità ai movimenti sociali, ha preventivamente criminalizzato le lotte sindacali e pacifiste in vista dell’attacco alla previdenza e dell’offensiva di guerra in Afghanistan. E’ troppo comodo per i dirigenti del Prc e altri farmi passare come «capro espiatorio» per non ammettere il fallimento del progetto di condizionamento a sinistra dell’Unione. Con la mia espulsione si finisce di accreditare la tesi falsa della caduta del governo nascondendo la manovra centrista.
Il clima da caccia alle streghe contro di me e tutta l’area di Sinistra Critica oltre a essere demodé, ha del grottesco. Vengo persino accusato di «scissione» dopo essere stato cacciato dal gruppo parlamentare e obbligato dal regolamento ad aderire al gruppo misto. In attesa per altro delle dimissioni che per coerenza politica avevo annunciato prima del voto e confermato subito dopo.
Non accetto il linciaggio mediatico veicolato anche dal mio partito. Soprattutto non credo che possa essere valida una politica che il sabato sfila contro la guerra e il mercoledì successivo sulla base di un presunto realismo e della «concretezza» vota politiche di intervento militare. Molti mi accusano di fare l’anima bella, anche se le solidarietà politica e l’affetto ricevuto superano ogni mia aspettativa, ma se non si recupera l’unità tra azione e coscienza la politica è destinata a essere una pura tecnica di esercizio del potere. L’incoerenza tra i comportamenti e le scelte istituzionali e gli intenti sociali propagandati, questa sì che costituisce l’autoreferenzialità e l’autismo politico; essa è una delle cause della crisi della politica e non può che favorire la demoralizzazione e la disgregazione dei movimenti che si vorrebbe costruire.
Questi concetti, Rifondazione li ha difesi per molti anni salvo poi convertirsi al pragmatismo. Per questo confermo che non voterò mai le guerre né qualsiasi controriforma delle pensioni o la Tav, non tradirò le ragioni che mi hanno portato in questo luogo che non è «il centro della politica» – per me resta il conflitto sociale, a partire dai lavoratori e lavoratrici – soprattutto se non smette, come accade oggi, di rimanere impermeabile a quel conflitto.
Riferimenti: Solidarietà a Franco Turigliatto
L’odio di classe di Sanguineti

L’odio di classe di Sanguineti
di Ida Dominijanni
da il manifesto del 7 gennaio 2007
«I potenti odiano i proletari e l’odio deve essere ricambiato». Perciò, sostiene Edoardo Sanguineti, bisogna «restaurare l’odio di classe», per contrastare l’oblìo di sé in cui la classe operaia, «inibita da una cultura dominata dalla tv», è immersa. Pronunciate venerdì sera a Genova, alla conferenza stampa di presentazione del programma della lista «Unione a sinistra» che sostiene la candidatura di Sanguineti a sindaco della città, le parole del grande intellettuale colpiscono gli astanti e le agenzie, e dalle agenzie rimbalzano sui giornali in una serata avara di notizie. Scandalo: che c’entra l’odio di classe, o anche solo la lotta di classe, mentre si montano pagine e pagine sulla separazione di Nicola Rossi e si celebrano funerali su funerali dei «D’Alema boys» orfani del loro leader? Che c’entra quel richiamo ortodosso di Sanguineti alla forza-lavoro, «la merce uomo, che oggi è la più svenduta», mentre la pietra filosofale della politica sociale sono diventati i tagli alle pensioni? Che c’entra quell’abbozzo di analisi del postfordismo, per cui «oggi i proletari sono anche gli ingegneri, i laureati, i lavoratori precari», mentre si parla di categorie sociali solo nella lingua asettica e fiscale della finanziaria? Il poeta dell’avanguardia, il protagonista del «Gruppo 63», il materialista storico non pentito ha colpito ancora, e ha colpito giusto: fanno stridore solo le parole che l’ordine del discorso decide a un certo punto di rendere impronunciabili, indicibile e indecenti. Lotta di classe e odio di classe fanno parte di questo serbatoio di indicibili oscenità: sono letteralmente fuori scena nel teatrino politico corrente, e perbenisticamente censurate dal discorso corrente della sinistra. E non foss’altro per questo è bene che qualcuno torni a pronunciarle.
Sanguineti in verità non aveva aspettato di essere candidato a sindaco di Genova dal correntone Ds, dal Prc e dai Comunisti italiani per tirarle fuori. Meno di un anno fa le aveva pronunciate con la stessa convinzione a Roma, nella solenne Sala del Refettorio della Camera, durante la sua Lectio Magistralis (oggi pubblicata da Ediesse) in onore dei 91 anni di Pietro Ingrao organizzata dal Centro studi per la riforma dello Stato. Allora aggiunse anche «rivoluzione», e spiegò come qualmente «oggi è doveroso essere sgarbati per rendere evidente a tutti che viviamo in un mondo disumano, in cui il 98% delle persone vive una condizione di precarietà o di vera e propria miseria». Sgarbati, ecco. Che non vuol dire violenti, aggiunse allora e ripete oggi il poeta.Significa semplicemente non stare a danzare quel garbatissimo minuetto di parole che vorrebbe convincerci che tutto va bene e che quello in cui viviamo è l’unico nonché il migliore dei mondi possibili. Significa tenere aperta non la speranza per le prossime generazioni – di quella si riempiono la bocca tutti, tanto non ci tocca – ma la responsabilità che lega le generazioni adulte di oggi a quelle che le hanno precedute e a quelle che seguiranno. Senguineti pensa a Walter Benjamin e lo dice: il compito della sinistra non è quello di accodarsi all’idea del progresso e alla promessa della felicità futura, ma di rivendicare e vendicare le ingiustizie passate e presenti perpetrate sugli oppressi. E’ la «debole forza messianica» di cui Benjamin scriveva nelle Tesi sul concetto di storia. La sinistra senza alcuna forza messianica di oggi, divisa in tre tronconi e tre candidati a Genova come ovunque ci sia un posto in palio, potrebbe provare a rileggersele.
Riferimenti: Edoardo Sanguineti
Cara missione: i conti dell’operazione Libano

Unifil
Cara missione: i conti dell’operazione Libano
La portaerei Garibaldi costa 3 milioni di euro al mese, un maresciallo costa 12mila euro… Fatti i conti, con la missione libanese le spese per la difesa diventano uguali all’ultima finanziaria
di Manlio Dinucci
da Il manifesto del 19 settembre 2006
«Sono passate due settimane da quando, sul ponte di volo di Nave Garibaldi, ho rivolto il saluto al contingente che aveva iniziato a muoversi alla volta delle coste libanesi»: così ha ricordato il ministro della difesa Parisi nella visita in Libano il 12 settembre. Non ha però detto agli italiani che in queste due settimane, solo per tenere in navigazione la portaerei Garibaldi, si è speso oltre un milione e mezzo di euro. Il suo costo mensile di esercizio ammonta a 3.080.650 euro, equivalenti a 5,8 miliardi delle vecchie lire. Questo e altri dati sulla spesa per la missione sono contenuti nel disegno di legge, presentato dal governo e approvato dalle commissioni esteri e difesa della Camera.
Solo come «costo esercizio mezzi» si prevede in settembre-ottobre, oltre a quella per la Garibaldi, una spesa mensile di 1,2 milioni per i mezzi blindati e 1,8 per gli aerei che, insieme ad altre voci, portano il totale mensile a 12,6 milioni di euro. Aggiungendo le spese per alloggiamento, viveri e servizi, il «totale spese funzionamento» supera i 14 milioni di euro mensili. Vi sono poi gli «oneri una tantum», soprattutto per l’«approntamento in patria della marina militare», che ammontano a 15,5 milioni.
Molto maggiori sono le spese per il personale. La «Early entry force» conta 295 ufficiali, 1.250 sottufficiali e 951 volontari. Essa è quindi composta per circa il 62% da ufficiali e sottufficiali, ossia dal personale meglio pagato. Ad esempio un maresciallo capo, la cui retribuzione mensile ammonta a circa 2.900 euro, costa quale «trattamento economico aggiuntivo» per la missione in Libano 9.450 euro al mese. Questo sottufficiale costa quindi allo Stato oltre 12mila euro al mese. Complessivamente, solo per il «trattamento di missione» dei 2.496 militari in Libano, si prevede una spesa mensile di 22,3 milioni.
Il costo mensile della missione, nel periodo settembre-ottobre, sfiora quindi i 52 milioni di euro. Salirà ancora quando, a novembre, subentrerà la «Follow on force», composta da 2.680 militari: 335 ufficiali, 1.290 sottufficiali e 1.055 volontari. Solo per il loro «trattamento di missione» si spenderanno circa 24 milioni di euro al mese che, con gli oltre 14 del «costo esercizio mezzi», porteranno il totale a oltre 38 milioni mensili. Si aggiungeranno 18,4 milioni per gli oneri, inspiegabilmente definiti anche in questo caso «una tantum». Il costo della missione salirà così in novembre di 4,6 milioni, arrivando a 56,6 milioni mensili. Per dicembre invece, abolita l’«una tantum», dovrebbe scendere a circa 35 milioni mensili. Questo nelle previsioni. Ma se la situazione dovesse complicarsi, il costo sarebbe sicuramente maggiore.
La missione in Libano e le altre (soprattutto in Afghanistan) comportano, oltre alla spesa immediata, un costo indotto. L’Italia impegna all’estero nell’arco di un anno oltre 30mila militari su base rotazionale, più 3mila pronti a intervenire. Ma per mantenere e potenziare tale capacità occorre assumersi ulteriori oneri anche in termini di bilancio: come ha sottolineato Parisi, vi è una «carenza di risorse» che può incidere sulle capacità operative delle forze armate, il cui personale assorbe oltre il 70% del bilancio della difesa. Ciò può portare a «inaccettabili situazioni debitorie nei programmi internazionali», come quello del caccia statunitense Jsf cui partecipa l’Italia. Occorre quindi «un flusso di risorse costante e coerente con gli obiettivi», che farà crescere la spesa militare italiana, già al 7° posto mondiale con oltre 27 miliardi di dollari annui in valore corrente e 30 a parità di potere d’acquisto.
Sommando la spesa militare al costo delle missioni si raggiunge una cifra annua equivalente a quella della finanziaria 2006. E poiché i soldi (denaro pubblico) da qualche parte devono venir fuori, occorre «tagliare» in altri settori. Come hanno documentato Cgil Cisl e Uil, la finanziaria 2006 prevede tagli alle spese sociali di 12,7 miliardi, che colpiscono soprattutto sanità ed enti locali. Si mettono così a rischio i servizi erogati ai cittadini nonché posti di lavoro. Sono previsti inoltre tagli per 27 miliardi per la costruzione e l’ammodernamento delle reti metropolitane, tranvie e passanti ferroviari. Nella finanziaria si propone inoltre, per il 2006, un drastico taglio dei fondi destinati agli aiuti per i paesi in via di sviluppo, 152 milioni di euro in meno rispetto ai 552 stanziati nel 2005. Siamo così intorno allo 0,1% del pil rispetto a un obiettivo dell’1%. E mentre nella finanziaria 2006 si destina un miliardo di euro per la «proroga» delle missioni militari all’estero, si stanziano nientemeno che 30 milioni annui per la cancellazione del debito dei paesi poveri altamente indebitati. Quanto si spende in due settimane e mezzo per la missione militare in Libano.
Riferimenti: Il disegno di legge
L’altro 11 Settembre

LE ULTIME PAROLE DI SALVADOR ALLENDE
Radio Magallanes – Santiago 11 settembre 1973
“Sicuramente questa sarà l’ultima opportunità in cui potrò dirigermi a voi. La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Magallanes.
Le mie parole non hanno amarezza, ma delusione. Che siano esse un castigo morale per coloro i quali hanno tradito il proprio giuramento: soldati del Cile, comandanti in capo, l’ammiraglio Merino che si è autoproclamato comandante dell’Armata, più il signor Mendoza, generale vergognoso che solo ieri aveva manifestato la sua fedeltà e lealtà al Governo e che si è anche autoproclamato Direttore Generale dei Carabinieri.
Di fronte a questi fatti solo mi resta da dire ai lavoratori: io non mi dimetto!
Collocato in una transizione storica pagherò con la vita la lealtà del popolo. E vi dico che ho la certezza che il seme che abbiamo consegnato alla degna coscienza di migliaia di cileni non potrà essere abbattuto definitivamente.
Sono forti, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermeranno né con il crimine, né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli.
Lavoratori della mia Patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che avete sempre avuto, per la fiducia in un uomo che è stato solo l’interprete dei grandi aneli di giustizia, che ha impegnato la propria parola per il rispetto della Costituzione e della legge e io l’ho fatto.
In questo momento conclusivo, l’ultimo in cui io posso dirigermi a voi, voglio che approfittiate della lezione: il capitale straniero, l’imperialismo, uniti ai settori reazionari, hanno creato il clima affinché le Forze Armate rompessero le proprie tradizioni, che gli sono state insegnate dal generale Schneider e riaffermate dal comandante Araya, vittime dello stesso settore sociale che oggi starà aspettando di riconquistare il potere, con l’aiuto di una mano esterna, per difendere le proprie imprese e i propri privilegi.
Mi dirigo a voi, soprattutto alla umile donna della nostra terra, alla contadina che ha creduto in noi, alla madre che ha conosciuto la nostra preoccupazione per i bambini.
Mi dirigo ai professionisti della Patria, ai professionisti patrioti che hanno continuato a lavorare contro la rappresaglia auspicata dai collegi di categoria, collegi classisti che hanno difeso anche le difese di una società capitalista.
Mi dirigo alla gioventù, a quelli che hanno cantato e consegnato la propria allegria e il proprio spirito di lotta.
Mi dirigo all’uomo del Cile, all’operaio che lavora di più, al contadino, all’intellettuale, a quelli che verranno perseguitati perché nel nostro paese il fascismo è già stato presente molte ore fa durante gli attentati terroristi, facendo saltare ponti, troncando i binari della rete ferroviaria, distruggendo oleodotti e gasdotti, di fronte al silenzio di chi aveva l’obbligo di procedere.
Erano complici. La storia li giudicherà.
Sicuramente Radio Magallanes verrà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non arriverà già a voi. Non importa. Continuerete ad ascoltarla. Starò sempre insieme a voi. Per lo meno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che è stato leale con la Patria.
Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve lasciarsi annientare né mitragliare, ma nemmeno può farsi umiliare.
Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento cerca di imporsi. Continuate voi sapendo che, molto più presto che tardi, si apriranno nuovamente i grandi viali sui cui passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.
Viva Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà invano. Ho la certezza che sarà almeno una lezione morale che castigherà la fellonia, la vigliaccheria e il tradimento.”
“?Una grande nube nera si eleva dal palazzo in fiamme. Il presidente Allende muore al suo posto. I militari uccidono a migliaia in tutto il Cile. Il Registro Civile non annota i decessi, perché non ci stanno nei libri, ma il generale Tomàs Opazo Santander afferma che le vittime non sono più dello 0,01 per cento della popolazione, che non è un alto costo sociale e il direttore della CIA, William Colby, spiega a Washington che, grazie alle fucilazioni, il Cile sta evitando una guerra civile.
La signora Pinochet dichiara che il pianto delle madri redimerà il paese.
Occupa il potere, tutto il potere, una Giunta Militare di quattro membri, addestrati nella Scuola delle Americhe a Panama. Li comanda il generale Augusto Pinochet, professore di Geopolitica.
Suona musica marziale su uno sfondo di esplosioni e colpi di mitraglia: le radio trasmettono bandi e proclami che promettono più sangue, mentre il prezzo del rame si triplica immediatamente sul mercato mondiale.
Il poeta Pablo Neruda, moribondo, chiede notizie del terrore. Ogni tanto riesce a dormire e delira. La veglia e il sonno sono lo stesso incubo.
Da quando ha ascoltato per radio le parole di Salvador Allende, il suo degno addio, il poeta è entrato in agonia.
(tratto da “Memoria del Fuego III – El siglo del viento” di Eduardo Galeano)
Riferimenti: Diario dal Cile di Paolo Hutter
Marcinelle 8 agosto 1956

Marcinelle
tradizionale)
Laggiù nel borinage la terra è nera
per tutti gli emigranti morti in miniera
Sepolti ad uno ad uno
complice oblio
per lor vogliam riscossa e non addio
Venuti dalla morte
le braccia strette
Turiddu e Rodriguez gridan presente
Morti di Marcinelle
quella miniera
non è più una tomba, ma una bandiera
Compagno minatore
la tua memoria
riempie di coscienza la nostra storia
“Marcinelle
Questo canto, composto sull’aria di “Sul ponte di Perati”, arriva dal Belgio e racconta la tragedia della miniera di Marcinelle. 8 agosto 1956.
Marcinelle, sobborgo operaio di Charleroi. Miniera di carbone Bois de Cazier. Pozzo Saint Charles, ore 8 del mattino, o poco più. Nella corsa di risalita alla superficie la gabbia, cui è stato malamente agganciato un carrello pieno di materiale di scavo, sbattendo contro le pareti del pozzo sradica una putrella, trancia i fili della corrente elettrica e la condotta dell’olio. È l’inizio dell’inferno. Le scintille innescano il fuoco che si propaga velocemente dal luogo dell’incidente alle impalcature di legno delle gallerie, involontariamente alimentato dai ventilatori che immettono aria nel pozzo e ne aspirano il gas. I minatori di turno quella mattina sono bloccati nelle gallerie senza possibilità di scampo.
Solamente il 12 agosto sarà possibile raggiungere il livello dove si era consumata la tragedia. I soccorritori belgi, cui si sono aggiunti tedeschi e francesi, trovano una situazione peggiore di quanto potessero immaginare. Nelle gallerie non ci sono che cadaveri (quando è possibile riconoscerli come tali): corpi folgorati dal fuoco ancora nella posizione di lavoro, altri asfissiati dal grisou e dal fumo. Secondo la lista della miniera i morti sono 263.” (da L’orda di G.A. Stella)
Riferimenti: le bois du cazier
Armi proibite, come a Falluja

Armi proibite, come a Falluja
Fosforo bianco Munizioni termobariche sulle città libanesi. Decine di civili carbonizzati, tanti i bambini
Denuncia di un medico in un incontro-stampa organizzato dal vescovo di Tripoli. Istruzioni scritte della censura militare ai media sul campo: non rivelate nulla sulle «munizioni uniche»
di Manlio Dinucci
da Il Manifesto del 26 Luglio 2006
Sembra una piccola mummia egizia. Non risale però a migliaia di anni fa, ma a pochi giorni fa. E’ una bambina libanese: il corpo intatto, ma interamente nero, come mummificato. E’ una delle foto che documentano che le forze israeliane stanno usando in Libano bombe al fosforo bianco e probabilmente altre armi chimiche anche di nuovo tipo. Immagini che ricordano quelle di Falluja, quelle della «strage nascosta» documentata da RaiNews24 nel novembre 2005. Siamo di fronte a un’altra strage nascosta, questa volta in Libano.
Lo testimonia il prof. Bachir Cham, un medico di origine libanese che dirige un ospedale in Libano affiancato da altri medici belgi. In una conferenza stampa organizzata a Bruxelles dalla segreteria dell’arcivescovo di Tripoli Mons. Jean Abboud, il prof. Cham ha dichiarato (via telefono mobile) che sono stati portati al suo ospedale e fotografati otto corpi «dall’aspetto di mummie», tra cui quelli di due bambini. Sui corpi «non vi sono segni di ferite provocate da esplosione: ho l’impressione che un prodotto tossico sia penetrato nei corpi attraverso la pelle, provocando la morte».
Che le forze israeliane abbiano proiettili di artiglieria al fosforo bianco lo ha documentato il giornale israeliano Haaretz il 10 novembre 2005 (subito dopo il documentario di RaiNews24 su Falluja), in un articolo intitolato «Le forze di difesa israeliane usano proiettili al fosforo nelle esercitazioni, contro la legge internazionale». Il fatto è venuto alla luce perché, il 17 agosto 2005, un giovane beduino era stato ucciso e altri tre gravemente feriti dalla detonazione di un proiettile al fosforo inesploso, trovato sulle colline di Hebron. Non potendo negare l’episodio, il portavoce delle forze armate israeliane lo definì «uno sfortunato incidente», aggiungendo che «i proiettili al fosforo vengono usati unicamente nelle esercitazioni per illuminare gli obiettivi».
La stessa spiegazione che proprio in quei giorni forniva il Pentagono, assicurando che «a Falluja le forze Usa hanno impiegato proiettili al fosforo solo a scopi di illuminazione». Subito dopo, però, l’Usinfo (il programma governativo di informazione internazionale) doveva prendere atto del rapporto pubblicato dalla rivista dell’esercito Usa Field Artillery (riportato dal manifesto il 12-11-2005) e ammettere, smentendosi, che le forze Usa avevano impiegato proiettili al fosforo in operazioni «scuoti e cuoci» condotte contro gli insorti di Falluja. Il fosforo bianco è un’arma proibita dal Protocollo sulle armi incendiarie (1980): esso vieta l’uso di tali armi contro obiettivi militari situati in zone in cui sono concentrati civili. Solo che Israele, come gli Stati uniti, non lo hanno sottoscritto negandone la validità.
Vi sono ormai le prove, anche fotografiche, che le forze israeliane usano proiettili al fosforo in Libano e a Gaza. Vi sono inoltre seri indizi sull’uso di altre armi chimiche, anche di nuovo tipo. Lo confermano le istruzioni inviate il 23 luglio agli organi di stampa dal colonnello Sima Vaknin-Gil, capo censore militare israeliano. Nel documento (di cui abbiamo avuto indirettamente copia) si proibisce ai giornalisti che seguono le operazioni terrestri in Libano di fornire informazioni sull’«uso di tipi unici di munizioni e armamenti».
Nonostante la proibizione, è stata diffusa la foto di uno speciale proiettile usato in Libano. Secondo gli esperti, può contenere o fosforo bianco o altre sostanze chimiche usate per le munizioni termobariche: esplodendo all’interno di edifici e rifugi, esse creano il «vuoto», ossia risucchiano l’aria dall’ambiente e dai polmoni di chi si trova al loro interno. Altri tipi di proiettili aria-combustibile, giunti in prossimità del suolo, spargono una nube di aerosol chimico che, fatta detonare da una spoletta, crea un’onda d’urto e una tempesta di fuoco tali da uccidere chiunque nel raggio di centinaia di metri. E, poiché il capo censore militare proibisce di dare informazioni sui «tipi unici di munizioni e armamenti», è praticamente certo che in Libano vengono usate anche armi segrete di nuovo tipo. Vengono così testate nelle condizioni reali di una guerra per essere perfezionate.
L’Italia non è estranea a tutto questo. La maggior parte di queste armi è fornita a Israele dagli Stati uniti e molte passano da Camp Darby e altre basi Usa nel nostro paese. Per di più la Legge 17 maggio 2005 n. 94, che istituzionalizza la cooperazione tra i ministeri della difesa e le forze armate di Italia e Israele, prevede la «cooperazione nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione» di tecnologie militari tramite «lo scambio di dati tecnici, informazioni e hardware» e incoraggia «le rispettive industrie nella ricerca di progetti e materiali» di interesse comune. Tutto sotto la cappa del segreto militare. Non è quindi escluso che qualche arma di «tipo unico», sperimentata dalle forze israeliane nel «poligono» libanese, incorpori già tecnologia italiana.
Riferimenti: Israeli crimes against humanity


